Recensioni amatoriali di un cine-bulimico
USA 2005, di Andrzej Bartkowiak
“Doom 2” è stato il mio primo videogame, a quell’epoca impazzavano le avventure grafiche (Monkey Island, Fate of Atlantis, Maniac Mansion e altri), che rimane uno dei miei generi preferiti, e per me era una novità. Ci giocai veramente parecchio, finchè non uscì il primo “Quake” a cui non riuscivo a giocare perché mi faceva troppa paura (ero piccolo, i ragazzini di adesso sono molto più sgamati…)! Giunto ad un’età meno pisciasotto ho ripreso a giocare agli shoot ‘em up, anche se non ho un pc in grado di reggere il recente “Doom 3”; il mio preferito rimane comunque “Alien vs. Predator 2”, bellissimo.
Il film di Doom mi ha trovato molto combattuto: sapevo che sarebbe stato una puttanata, ma mi attirava lo stesso. Sono convinto che anche i più puristi cinefili si sono fatti solleticare se sono stati giocatori accaniti, nonostante quella vocina razionale che li avvertiva dello scempio incombente. Trasportato dall’entusiasmo di alcuni amici molto più fanatici di me per i videogame e altri estimatori di The Rock (si, ok, che persone frequento?... Ma per il resto sono normali!), mi sono recato a vedere l’auspicabile vaccata.
Invece alla fine mi è piaciuto più di quanto pensassi. Va bene, c’è chi potrebbe obbiettare che da quando ho visto i lavori di Uwe Boll il mio giudizio sia diventato molto più elastico, arrivando a trovare del buono nelle peggiori situazioni. Infatti in linea di massima Doom non raggiunge la sufficienza. Si fa vedere senza eccessivi rigurgiti. Prova, senza eccessivo successo, a riprendere l’abusatissimo meccanismo della compagnia di marines dalle personalità forti che crea una bella alchimia in “Aliens”, ma che toppa nella maggior parte delle riprese, sconfinando nella accozzaglia di stereotipi sterili. Devo cominciare a lamentarmi del fatto che i film americani d’azione vedono ormai un’ invasione di soldati cazzuti e pesantemente armati. Obbietto: nella maggior parte dei videogames da cui sono tratti non ci stanno a fare nulla; evidente il caso di “Alone in the dark” che, fin dal titolo, si propone come un horror di atmosfera che fa delle attese e dell’isolamento il suo punto di forza. Perché Boll lo riempie di marines? Per ammazzare la suspence? Rispondo all’obiezione: non si può fare un film, come Doom, con un solo personaggio, ci vuole qualche dialogo. Ri-obbietto: ma se i dialoghi sono solo del genere “serrate le fila” “fuoco di copertura” “eseguo” e via dicendo, cosa si guadagna? Mmmh.
Il film comunque ci prova a non essere una schifezza, inserisce un personaggio tormentato da un trauma ridicolo e assolutamente non approfondito: l’Eomer di LotR. Prima sorpresa, il protagonista non è The Rock. Seconda sorpresa: viene completamente cambiata la storia del gioco, insistendo per la millesima volta sulle conseguenze negative degli esperimenti genetici e non, trama storica, con l’apertura delle porte dell’inferno su Marte. Vabbè. Il tutto poi scorre tranquillo, con il tentativo di creare una prima parte d’attesa e una seconda d’azione-horror. Peccato che di solito le prime parti servano ad approfondire i personaggi per poi sperare che se la cavino o che crepino ignominiosamente. Qui invece serve a disseminare indizi per dipanare la trama che si comprende benissimo già dal primo incontro. Quindi si risolve in una continua esplorazione di condotti che fanno molto Doom, ma anche parecchia noia. La seconda parte è più vivace e si riscatta solo nella fantastica soggettiva Doom-style che dura quel tanto per gasare gli spettatori senza divenire stucchevole. Sarebbe stata perfetta per uno sfogo catartico finale, se in precedenza il film avesse giocato più attentamente sulla suspence, sulla disperazione e sull’isolamento. Comunque è carina e non dispiace. Peccato che poi si ricada nel baratro con il duello di arti marziali finale, che non c’entra una ceppa, tra il protagonista contaminato ma buono e l’avversario, contaminato ma cattivo: il virus aggredisce quella parte del DNA sconosciuta che si suppone sia l’anima (?!!) accrescendo la malvagità (ti trasforma in un mostro) o la bontà (in un supereroe). Ridateci i mostri dell’inferno! Comunque sia la storia oltremodo ridicolo non conta un cazzo nell’economia del film, così come è sottolineato efficacemente il finale, il più sbrigativo che abbia mai visto! Una volta terminati gli scontri, il resto non è interessante (sic!).
Non è il meno riuscito tra i prodotti di quello sfortunatissimo genere che deriva dai videogames, ma questo non lo rende un film accettabile.
Voto:
